Ettore Sottsass e il finestrino che non divide la fotografia

Foto dal finestrino

Durante il ritorno in treno da un fine settimana milanese mi sono imbattuto nelle “Foto dal finestrino” di Ettore Sottsass.

Si tratta di un piccolo volume contenente 28 istantanee corredate ciascuna da una breve didascalia, edito da Adelphi. Apparentemente semplice e basilare, mi ha colpito per la sua profondità. Chi me lo ha regalato conosceva bene i miei gusti!  Inconsciamente ho iniziato a scrivere di getto questo articolo con in sottofondo Music for 18 Musicians di Steve Reich. Forse esiste un’affinità tra la musica del compositore americano e l’opera dell’architetto/designer/fotografo austriaco. In entrambi trovo la coesistenza di un approccio quasi empirico dell’arte che si scontra con l’emotività che essa necessariamente crea in chi la fruisce. 

Ettore Sottsass in Foto dal finestrino è riuscito a far convivere, attraverso i suoi scatti, due approcci apparentemente distanti tra loro; il primo più empirico e minimale frutto del suo percorso professionale da architetto/designer, con il secondo più emotivo e rivolto alla società circostante. Quel finestrino che divide due spazi – interno/esterno – si dissolve magicamente sotto i colpi dell’otturatore della sua macchina fotografica. 

Ettore Sottsass

Un occhio a 360 gradi

Questo mix di razionalità ed emozione si percepisce ad ogni fotografia di Ettore  Sottsass,. La didascalia correlata aiuta il lettore a scendere in profondità. E’ un libro stratificato e non ci si può fermare esclusivamente alla semplice (?) fotografia. Qui si potrebbe aprire una lunghissima discussione sull’utilizzo delle didascalie in fotografia, ma è indubbio che all’interno di questa raccolta abbiano un ruolo fondamentale. Sfogliando il libro ho raccolto gli odori e le sfumature delle sue istantanee scattate in giro per il mondo, spesso velate da un filo di malinconia e disillusione. 

“Qualche volta la luce non è quantità di lux; qualche volta la luce è cielo completo che precipita nella stanza” Jaisalmer, India, 1985

In treno

Il mio viaggio di ritorno continua e guardando fuori dal finestrino mi accorgo che la divisione concreta tra me e i campi di girasoli che scorrono veloci davanti ai miei occhi non esiste. Siamo sempre un’insieme, un unicum e testi come questi ti fanno capire come il linguaggio fotografico non sia altro che una sorta di collante. Non a caso una foto si realizza attraverso un triangolo dove ogni vertice è strettamente legato agli altri concorrendo al risultato finale. Una riflessione filosofica mi coglie durante questo ritorno, ma un libro  – come spero questo articolo – non serve proprio a questo?

 

“Più la modernità si agita per inventare umane soluzioni o anche soltanto umane distrazioni alle domande oscure che non avranno mai risposta e più la modernità produce insopportabili solitudini”

Vivere di fotografia, negli spazi reali, nel confronto e nello scambio…non nella moderna solitudine di un like. Buon acquisto!

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